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L'itinerario |
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Sbarcati
a Mozia possiamo iniziare la visita incamminandoci per uno dei sentieri
che s’insinuano nella sua area interna, oppure possiamo seguire il
sentiero che bordeggiando la riva, ci permette di compiere tutto il
perimetro dell’isola. Andando verso sud lungo quest’ultimo percorso, troviamo anzitutto le tracce di una villa risalente al IV secolo A.C, denominata "casa dei mosaici". L'edificio deve il suo nome agli eleganti mosaici composti da ciottoli bianchi e neri che ornano i suoi pavimenti. Le decorazioni musive raffigurano scene di lotta fra animali, come quella della sfinge che assale un cervo o della pantera che azzanna un toro. Altri riquadri presentano animali isolati, in particolare abbiamo un toro, un leone, un cavallo. Più avanti ci imbattiamo nei ruderi di
una casermetta. La costruzione, addossata alla linea
dell’antica cinta muraria che fortificava la città (risalente al VI
secolo A.C.), era utilizzata per
scopi difensivi. Poco
oltre si apre Porta sud. Da qui iniziava la strada
principale che tagliava in due l’abitato sboccando a Porta nord nella
parte opposta di Mozia. Accanto ammiriamo il Cothon(1),
un’insenatura artificiale di forma rettangolare
utilizzata come porto per il carico e scarico delle mercanzie. Vi
si accede attraverso uno stretto canale dal quale potevano passare solo
piccole barche che portavano a terra le merci trasbordate dalle navi
onerarie ormeggiate al largo, nei tratti navigabili della laguna. Nel
Cothon affluivano prodotti provenienti da ogni parte del mondo allora
conosciuto. I
fenici grazie ai loro traffici, mantenevano contatti con le civiltà più
lontane contribuendo in modo decisivo alla diffusione dei modelli
culturali e delle conoscenze.
In un epoca in cui i greci per lo più si limitavano alla navigazione
diurna, veleggiando per brevi tratti da un’isola all’altra
dell’Egeo, i fenici spingevano le loro navi in mare aperto, fin dentro
l’oceano Atlantico, servendosi delle stelle(2) per orientarsi di
notte. Proseguiamo
ancora. All’orizzonte notiamo la forma appiattita dell’isola Lunga che
chiude la laguna; ancora più in là si stagliano le sagome evanescenti
delle isole Egadi. Il
canto sommesso delle cicale, il lieve sciabordio del mare appena
increspato da mobili ondine, il ritmo avvolgente dei folti e ombrosi
cespugli di lentisco che si susseguono ininterrottamente innanzi e dietro
le nostre spalle, suggeriscono quiete e abbandono, ci disorientano, ci
sembra di allontanarci sempre più dal tempo e dallo spazio cui
apparteniamo, per inoltrarci in un’altra dimensione. Veniamo
a contatto con una natura che pur essendo stata fin dagli albori della
storia, plasmata dall’uomo, conserva ancora qualcosa di primigenio,
inalterato, materno. Raggiungiamo
il Tophet , santuario a cielo aperto dove, secondo quanto ci
tramandano le fonti classiche( Diodoro Siculo e Filone da Biblo) venivano praticati
sacrifici umani in onore del dio Baal Hammòn(3) e della
dea Tanìt(4).
Dal
suolo affiora una moltitudine di urne cinerarie seminterrate.
Dentro le urne sono raccolte le ceneri compattate con frammenti di
ossa di neonati e di animali, specialmente pecore e capre. Diodoro
Siculo scrive che l'immolazione avveniva nel corso di un rituale compiuto nelle notti di luna piena. La gente si radunava
attorno ad un fuoco, acceso sotto l’altare sormontato dalla statua di
Baal Hammòn con le braccia aperte, protese verso il basso. La
madre con in braccio il proprio bambino, un primogenito maschio scelto per
il sacrificio, avanzava verso l’altare da dove un sacerdote recitava
preghere. Il neonato veniva consegnato nelle mani del sacerdote che dopo
aver rivolto un’ultima supplica agli dei, lo deponava sulle braccia
della statua. Successivamente
veniva azionato un meccanismo che permetteva di tendere ulteriormente le
braccia della statua, facendo cadere il bambino, ancora vivo, nel rogo
sottostante. Infine le sue ceneri venivano raccolte in un’urna e
seppellite nel Tophet. Alla luce di una serie di indizzi raccolti negli ultimi anni, alcuni autorevoli studiosi tendono però a porre in dubbio questa tradizione. In particolare anche se non si esclude del tutto l'eventualità di sacrifici umani, si suppone che il tophet fosse prevalentemente destinato alla cremazione e al seppellimento di resti di neonati morti per cause naturali e di animali sacrificati in onore di Baal Hammòn. In
prossimità del Tophet emergono le tracce di una necropoli e del santuario
nei pressi del quale fu recuperata la famosa statua del “Giovane”.
Il
nostro itinerario si conclude a Porta nord. Per questa porta che
era il più importante punto d’accesso della città, transitavano i
carri provenienti dalla costa siciliana, attraverso una strada sommersa,
tutt’ora esistente, costruita pochi centimetri al di sotto del pelo
dell’acqua. L’importanza di Porta nord è testimoniata dalla robustezza dei frammenti delle fortificazioni prospicienti, come le due torri che la fiancheggiavano.
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