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Ho conosciuto Enzo Romeo nel suo studio di via Marino
Torre un pomeriggio di alcuni mesi fa. Giungevo da lui con la speranza che
accettasse di rimettere mano ad un suo quadro giovanile acquistato parecchi
anni addietro dalla mia famiglia e danneggiatosi a causa di una
caduta. Nella penombra della stanza, fra odori di essenza di trementina e di
olio di lino, mi parlava dello stile di Van Gogh e di una Madonna di Leonardo, mentre con interesse passavo in rassegna le numerose
tele complete e incomplete che ricoprivano le pareti.
Raffiguravano scorci con vecchie case addossate l’una
all’altra o isolate nella campagna, nature morte con fiori caoticamente
distribuiti, vaghi paesaggi marini in cui si stagliavano sagome umane nette
e slanciate. Il tutto rappresentato con fare estremamente sintetico che
conferiva ai soggetti purezza ed essenzialità. Fra questi ultimi in
particolare, ricordo la sagoma del “salinaio”, tutta raccolta in se stessa,
testimone di una solitudine riflessa pure nel vuoto dello spazio
circostante.
Ad ogni cosa Romeo sa infondere un soffio di vitalità
insieme a un senso di fragilità, forse un presentimento di dissoluzione,
perché tutto è colto nel corso della sua esistenza, in un moto che continua
sulla tela. Ed è così che nascono le nature morte e i paesaggi dove le case
e i vari oggetti consumati dal tempo e dall’uso, hanno la stessa energia
degli esseri umani che se ne servono. Ma Romeo è soprattutto uno
straordinario interprete dei luoghi in cui vive e opera. Perfino quando non
sembra lasciare spazio ad alcun riferimento tangibile, riesce sempre a fare
emergere, tramite l’accostamento dei colori e la resa della luce, i segni di
una mediterraneità che è l’essenza stessa della sua pittura. Per rendersene
conto basta osservare le sue distese di terreno brullo culminanti in
ristretti orizzonti marini, le case immerse nella campagna o i balconi che
si aprono a crepuscoli dalle atmosfere rarefatte, fra cui ricordo quello con
la tenda che agitata dal vento aleggia come un fantasma, velando una parte
del paesaggio retrostante.
Pur non essendo riconducibile ad alcuna specifica
corrente, l’opera di Enzo Romeo rientra sempre nel solco del figurativismo;
neppure quando la pennellata si fa più veloce, vibrante e la forma appena
accennata, giunge all’astrazione. La realtà non viene semplicemente
osservata, bensì pensata e rielaborata nel chiuso dello studio, trasfigurata
da sensazioni, stati d’animo, ricordi, che si risolvono spesso in atmosfere
fredde dove predominano i grigi e gli azzurri.
Sono ormai distanti gli anni degli esordi in cui,
appena ventenne, dipingeva con furore espressionista. A quel periodo
appartengono le composizioni con i lumi, i candelabri e le bottiglie dalle
forme esageratamente allungate come i personaggi dei quadri di El Greco,
e i frutti rossi simili a globi arroventati.
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