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Ogni
tanto, percorrendo in macchina o a piedi le vie di Trapani, mi capita di
vedere Carmelo Morreale, seduto su una panchina, intento a disegnare con
un pennarello su un foglio di carta. Da alcuni anni il pittore è costretto dalla estrema
precarietà della condizione di vita, a limitare la sua produzione per lo
più a schizzi e disegni.
La
maggior parte dei suoi disegni raffigura volti dai contorni indefiniti,
come se fossero fatti di nuvole, e poi pesci guizzanti, fiori, o semplici
grovigli di linee.
E le
figure, o almeno ciò che noi siamo portati ad interpretare e decifrare
come “figure”, risultano da un insieme di linee ripetute e si
presentano decontestualizzate, tracciate velocemente sulla superficie
della tela lasciata nuda oppure su un velo leggero di colore di fondo.
Sembrano prive di consistenza, smaterializzate, sono ombre che fluttuano
sulla tela, tanto da poter essere lette anche come pure aggregazioni di
segni, indipendentemente da ciò che rappresentano.
Informale
è la sua arte, inconcepibile per molti, indefinibile con parole umane,
l’intimo messaggio che racchiude.
La
pittura di Morreale, irrazionale come il personaggio di cui lui stesso si
è rivestito negli anni, è in realtà un’elegante sintesi dove tutte le
minime varianti create sono oscuri simboli di un alfabeto personale che si
ripetono all’infinito, manifestando visivamente nel mondo fisico, le
ossessioni, le emozioni, emerse dal suo mondo interiore.
Vorrei
tentare un accostamento, forse azzardato, con Giorgio Morandi: gli
innumerevoli volti disegnati da Morreale e da lui stesso genericamente
definiti “Gioconda” analogamente alle celebri composizioni con
bottiglie del maestro bolognese, si possono considerare infatti
rappresentazioni delle più sottili variazioni dei loro stati d’animo.
Eppure
in tutte le sue opere, intuisco ancora il riflesso di qualcos’altro che
né la parola, né il simbolo, né in generale l’arte stessa sono in
grado di esprimere.
La sua
anima forse vuole testimoniarci qualcosa che ha visto, qualcosa di
indefinibile, che si trova al di la di se stessa, della propria coscienza
individuale, qualcosa in cui essa stessa ha deciso di avventurarsi, anche
a costo di perdersi.
In
questa approssimazione all’assoluto, tentata attraverso la spontaneità
di una pittura veloce, quasi automatica, la ricerca va oltre ogni
definizione concreta, perché in fondo, anche ciò che chiamiamo
“concretezza” non è che una singola, limitata, espressione della
molteplicità dell’essere.
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